Maturare verso l’infanzia

Il pavimento è color cannella; il pavimento della bottega di Jakob; bottega di stoffe, luogo di cambiamenti e buffe metamorfosi. Jakob è il padre di Bruno, e Bruno è Bruno Schulz, giornalista, scrittore, ebreo.

I nostri, i miei, sono gli anni della continua ricerca del restare sempre sé stessi, per distinguersi, emergere. Avere una propria forte identità, riconoscibile soprattutto, che ci renda unici; una identità che ci protegga. Fino all’irritarci, al renderci insofferenti verso quella stessa unicità che abbiamo ricercato e che ci rende sempre uguali, imprigionati nelle nostro crescere, divenire adulti. Incapaci di rinnovarci, di mostrarci candidi, di riscoprirci ingenui, di salvarci plasmandoci, cambiando.

Ofra Amit, Nadia Terranova, Bruno, il bambino che imparò a volare. Orecchio acerbo
Ofra Amit, Nadia Terranova, Bruno, il bambino che imparò a volare. Orecchio acerbo

Per questa ragione, quando nel bel mezzo dell’albo mi imbatto in questa frase, trasalgo: “Jakob si mischiava e si impastava con il mondo per guardare tutto con occhi nuovi e diventare ogni volta un po’ meno se stesso”. Si tratta di un padre dalle “instancabili gesta”, dalle continue metamorfosi, capace di cogliere la vita nella materia e adattarla a sé stesso. Si mischiava e impastava e Bruno anelava a imitarlo ma un’imbarazzante testa grossa lo frenava: gli rendeva difficile l’idea di riuscire a librarsi in volo come un rapace, o tenersi in equilibrio a testa in giù come un ragno, soprattutto a sfuggire alla scopa della governante Adela che, sempre, presa alla sprovvista dai cambiamenti di forma di papà Jakob, cercava di scacciarlo ramazzando.

Ofra Amit, Nadia Terranova, Bruno, il bambino che imparò a volare. Orecchio acerbo
Ofra Amit, Nadia Terranova, Bruno, il bambino che imparò a volare. Orecchio acerbo

Quando Jakob sparì per non fare più ritorno, perso in una delle sue mutazioni, pensava Bruno,  il bambino sfogò l’amarezza della solitudine e della mancanza nel disegno: incise e disegnò per non dimenticare, per conservare, per non restare imprigionato in sé stesso, nella propria timidezza, nella propria malinconia. “Essendo cresciuto con una testa abnorme, Bruno conosceva le parole giuste per trasformare la diversità in opportunità”. E cercò di insegnarle anche agli altri.

Con lo stesso intento, immagino Bruno alle prese con la realizzazione degli affreschi (illustrazioni delle fiabe dei fratelli Grimm) per i figli del “suo” nazista, quello che lo proteggeva, schiavizzandolo, per sfruttarne il talento e la grazia.

La diversità di Bruno non lo salvò. Alla sparizione del padre ne seguirono altre, e con una velocità fulminea si attuò il feroce piano di annullamento: tutti gli ebrei, a prescindere se ordinari, straordinari, strambi o col testone, furono perseguitati. Gli ebrei come i rom e sinti, i malati di mente, i testimoni di Geova, gli omosessuali, gli oppositori politici. Tutti umiliati, straziati, trucidati; alla stessa maniera eliminati, resi uguali l’uno all’altro dall’orrore del nazismo. Tutti, anche Bruno, ucciso per strada in una giornata d’autunno del 1942 da un ufficiale alla ricerca di vendetta giacché il nazista di Bruno aveva ucciso il “suo” ebreo. Bruno non esiste più, e i suoi scritti, i suoi disegni sono cancellati e dispersi dal tempo.

Poi anche i nazisti pagheranno il loro appiattirsi in un’unica atroce immagine. Gli stralci di umanità sopravvissuta si muoveranno, si allontaneranno e fuggiranno dai luoghi dell’orrore. Uno scampolo di famiglia entrerà in una bottega impolverata dal pavimento color cannella e ne esplorerà gli spazi, per renderli propri, rifugio e casa. Su quel pavimento una mano bambina alla ricerca di cose utili ne scoprirà di preziose e uniche: i disegni e gli scritti di Bruno.

Ofra Amit, Nadia Terranova, Bruno, il bambino che imparò a volare. Orecchio acerbo
Ofra Amit, Nadia Terranova, Bruno, il bambino che imparò a volare. Orecchio acerbo

Oggi di lui ci sono rimasti articoli, disegni, saggi, racconti e due romanzi: Le botteghe color cannella e Il sanatorio, all’insegna della clessidra. Un terzo, Il messia, definito il suo capolavoro, è andato perduto. E chissà che non sia in volo, tra gli artigli di un rapace variopinto che, nonostante una grossa e sproporzionata testa, vola leggiadro alla ricerca di un cantuccio polveroso di soffitta, uno scaffale di bottega per posarsi.

Bruno, il bambino che imparò a volare è una storia di Nadia Terranova, illustrata da Ofra Amit con immagini ampie e ariose che ben suggeriscono lo spazio, la libertà e il largo respiro cui Bruno in un modo o nell’altro anelava. Le parole, ognuna di esse, ci accompagnano e preparano al volo. Le piume rosse, perse da Jakob o da Bruno?, segnano il rincorrersi degli eventi, placide s’adagiano sulle pagine come se lo facessero sul tempo, a testimoniare la vita, così come un’attitudine. E come piume rosse, le parole lievi e dense di Nadia Terranova s’adagiano nella memoria di chi legge e in essa trovano, senza dubbio, spazio e tempo.

“Fredda serata di fine autunno. Bruno Schulz è ancora bambino. La madre entra in camera sua e lo trova intento a nutrire alcune mosche con granelli di zucchero. Stupita, gli domanda cosa mai stia facendo. “Le sto irrobustendo per l’inverno.” Vero o falso l’aneddoto raccolto da David Grossman, di certo quel bambino non poteva immaginare che da lì a pochi anni non l’epoca geniale da lui sognata sarebbe sorta, ma una delle più buie dell’umanità. Un lungo inverno nel quale, come mosche, sarebbero morte milioni di persone” (Paolo Cesari)

bruno_cover1Titolo: Bruno, il bambino che imparò a volare
Autori: Nadia Terranova, Ofra Amit
Editore: Orecchio acerbo
Dati: 2012, 40 pp.

Lo trovi sugli scaffali del Giardino Incartato

Alir il Magazine – nelle librerie dell’associazione

Il secondo numero di Alir il magazine. Figure, parole, sguardi dall’editoria per ragazzi è disponibile in tutte le librerie di Alir, l’associazione librerie indipendenti per ragazzi. Le copie sono gratuite, potete venire a ritirare la vostra, ma intanto, per farvi un’idea, l’editoriale.

Immaginateci in libreria, in giro tra gli scaffali, in vostra compagnia. Perché è anche per ritrovare questa nostra consuetudine, almeno un po’, dopo tutta la distanza cui siamo stati soggetti, che è nato Alir Il Magazine. A ben pensarci, che cos’è il mestiere di libraio se non condividere una passione? Che cosa ci permette di comunicare bellezza se non parlare, assieme, di libri?

Sulla carta poi possiamo fissare più contenuti, fare rimandi, organizzare piccole bibliografie, senza distrazioni, e voi, con il vostro libro nel sacchetto e Alir, il nostro magazine, sottobraccio, con noi.

E dunque, immaginateci al vostro fianco, a raccontarvi una storia. L’ultima chicca nel campo della divulgazione, un grande classico moderno sempre al passo col tempo, un albo illustrato per chi è alla ricerca di avventure, un toddler per muovere i primi passi tra le storie e nel mondo.

Alcuni di noi ve ne parleranno sussurrando, altri ne declameranno a voce alta qualche riga tra quelle più amate, altri ancora, i più estroversi, lo faranno addirittura gesticolando. Rideremo assieme, talvolta si incontreranno sguardi lucidi di commozione, sempre ci si arricchirà a vicenda di un confronto che desideriamo vivace, spontaneo, scevro da sovrastrutture, pieno.

Un grazie va a voi, cari clienti, amici e lettori, che siate più bassi del metro o più alti di una giraffa, che venite a trovarci un giorno sì e l’altro pure, o solo qualche volta, o vi fidate così tanto che vi spediamo i libri in pacchetti chiusi.

In questo numero sarete sfiorati da un vento di poetico surrealismo, riscoprirete i sempreverdi miti classici, sbircerete tra i migliori fumetti a scaffale; scoprirete nuove collane che parlano di grandi illustratori, farete compagnia a piccoli detective in indagini buffe e accurate; i vostri occhi potranno godere della meraviglia del talento di Luzzati e potrete, commossi, ricordare assieme a noi il nostro amico Tuono Pettinato, geniale fumettista prematuramente scomparso, cui va, oggi e sempre, il nostro affettuoso pensiero.

Barbara Ferraro, Vice presidente ALIR

Bimbi solitari che parlano agli animali

E l’eternità cominciava a mezzogiorno, nel caldo che luccicava, quando ce ne stavamo l’una accanto all’altro e io gli spiegavo sottovoce le parole che avevo imparato a scuola la mattina. Tu sei un gatto impertinente, gli sussurrai una volta, e io una bambina impertinente, e la verità è che siamo stregati, noi due, e vivremo settantasette vite.

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Jutta Richter

Ho incontrato Jutta Richter (tra le più note autrici tedesche per l’infanzia degli ultimi dieci anni) in occasione dell’uscita de Il Gatto Venerdì (Beisler editore). In quella circostanza ha risposto per me ad alcune domande.

D: Quando la storia de Il Gatto Venerdì ancora muove i suoi primi passi ci si trova posti di fronte ad una delle più oscure verità della nostra esistenza: “Essere vittima vuol dire farsi del male”. È un concetto complesso che Lei riporta quasi con leggerezza. Chiaramente sono scelte consapevoli: come si accosta a temi di questa profondità e qual è il processo che riesce a semplificarli e renderli così diretti e naturali?
R: Questo processo è molto semplice: cerco di mettermi nei panni di un bambino e di ricordare come mi sentivo e come pensavo io stessa da bambina.
Quando scrivo mi infilo nella protagonista e immagino di pungermi con una spilla. Sono solo gli esempi che riescono, in un bambino, a far intuire che la sofferenza che non ha senso fa di lui una vittima. Un’affermazione del genere è difficile/problematica solo per gli adulti.
Il dono più grande che io ho come autrice è quello di ricordare benissimo la mia infanzia e posso trattare questi argomenti potendo godere della mia intuizione infantile. Non ricorro al pensiero filosofico o analitico, perché sono convinta che le cose profonde, cosi dette “complicate” sono invece semplicissime.

D: I protagonisti dei suoi libri sono spesso soli o isolati o ancora, e forse meglio, indipendenti da un gruppo, ma stringono indissolubili e profondi legami d’amicizia con gli animali. Animali che sono essi stessi capaci di spiegare, risolvere, tremare, amare. Qual è il suo personale rapporto con gli animali e cosa La induce a sceglierli come effettivi protagonisti delle sue storie?
R: Io vivo con gli animali e sono cresciuta con gli animali. Hanno un ruolo importante nella mia vita. Perlopiù il genere della Fiaba mi permette di usare animali parlanti per semplificare la storia che altrimenti potrebbe risultare veramente complicata.

D: La bambina protagonista immagina di ritrovare in un gatto spelacchiato e randagio il supporto e l’appoggio che in casa le mancano. È una via d’uscita cui molti bambini solitari ricorrono ed una splendida scelta narrativa: come nascono le Sue storie?
R: Mi interessano i bambini solitari ed emarginati perché ciò riflette il mio carattere da bambina solitaria. Anch’io parlavo con gli animali. E del resto non so esattamente neanche io come nascono le mie storie. È un dono oppure l’intuizione di cui parlavo prima: all’improvviso trovo nella mia testa una frase e mi accorgo che era sempre stata lì: “Nella nostra strada c’era un gatto, un vecchio gatto bianco.” È la prima frase, il filo rosso, che guida e determina tutta la storia.
Sono convinta che un autore non possa interpretare le sue storie, ma le storie buone permettono infinite interpretazioni.

D: Sta lavorando ad un nuovo progetto?
R: Non parlo mai dei miei progetti, perché una storia che è stata raccontata troppe volte non può essere più scritta.

31zx-gz1wllTitolo: Il gatto venerdì
Autore: Jutta Richter
Illustratore: Susanne Berner Rotrau
Dati: 2006, 50 pp., ill., € 8,90

Trovate tutti i libri di Jutta tra gli scaffali del Giardino Incartato, libreria per ragazzi in via del Pigneto 303/c, Roma. Oppure, se non siete a Roma potete trovarci scriverci (ilgiardinoincartato@gmail.com) e chiederci di spedire a casa vostra, lo faremo con molto piacere ricorrendo a Libri da asporto.

gli altri articoli sui libri di questa autrice

Il ragazzo fantasma

Edito per la prima volta nel 2000 (e poi tradotto da Chiara Gandolfi e pubblicato in Italia da bohem press nel 2011 con le illustrazioni di Federico Appel), “Il ragazzo fantasma” è un romanzo complesso che comprende in sé la tensione sottile dell’horror, la delicatezza della meditazione sul senso di sé e della vita (e quindi della morte), la difficile acquisizione della consapevolezza della rilevanza delle proprie azioni.

David è un ragazzo di 12 anni, basso per esserlo e per questo bullizzato a scuola. I genitori di David sono separati e la madre vive proprio in un altro Paese, ma il padre, Harry, riservato e mite, è premuroso e accogliente. Nonostante ciò o a causa di tutto ciò David col padre parla poco, per niente. Preferisce covare in sé le proprie insicurezze e lasciarle fluire in idee e azioni del tutto controproducenti nell’ottica del trovare sfogo o serenità, ma piuttosto rilevanti, sebbene drastiche, in quanto ad autonomia e crescita.

Il ragazzo fantasma, di Melvinn Burgess, ill. di Federico Appel - 2011, Bohem Press
Il ragazzo fantasma, di Melvinn Burgess, ill. di Federico Appel – 2011, Bohem Press

David aveva paura, una paura folle! Ma su David la paura aveva l’unico effetto di dargli uno stimolo in più

Uno stimolo in più, una ragione assieme alle altre per cedere a quella voce irresistibile che spinge David a intrufolarsi nel condotto di aerazione. Spiare gli altri e perpetrare piccole vendette ai danni di persone innocenti sembra essere per David una buona risposta ai soprusi che subisce quotidianamente. Ma tutto si complica e assume contorni inquietanti quando trova un compagno di scorribande piuttosto arrabbiato ed evanescente: lo spettro di un ragazzo carico di rabbia e insoddisfazione.

Chi è questo fantasma, o meglio, chi era? Perché è così ostinatamente crudele col mite vecchietto ultranovantenne dell’appartamento del quinto piano?

David si lascia trascinare in un crescendo di violenza e vandalismo che molto incidono sulla salute, già molto precaria del signor Alveston, fino a ficcarlo in un guaio che non vale assolutamente l’amicizia, apparentemente incredibile, con un fantasma.

David e il ragazzo fantasma distruggono l’appartamento del vecchio; per il fantasma, ovviamente, nessuna conseguenza, per David un po’ per costrizione (il padre gli impone di fare amicizia con lui), un po’ per scontare la pena inflittagli dal giudice, comincia un periodo di crescita inatteso: si sorprende a stringere con il signor Alveston un’amicizia profonda e sincera che condurrà entrambi verso una maturazione; verso loro stessi, con consapevolezza.

Lo spazio dietro al muro, però, continua a chiamare. Chiama David, chiama il signor Alveston.

Non ci andrò, – promise  se stesso.Poi lo disse ad alta voce: – Non ci andrò! – Gli rispose solo il silenzio, ma un silenzio con dentro qualcuno.

Non posso andare oltre senza svelare il nodo e la chiave di questo che è un romanzo in cui la tensione e il mistero sono prevalenti, ma posso dirvi senza dubbio che Burgess è magistrale nel rendere entrambi profondi, costellando la narrazione di elementi introspettivi veramente eccellenti. Quello di Burgess è, come sempre, uno sguardo attento e premuroso sull’adolescenza, e le sue dolorose contingenze sociali e interiori. Qui l’adolescenza si mescola con la vecchiaia, tingendo il tutto di un’atmosfera incalzante, per lo scorrere del tempo presente, e soffusa, per il ricordo di quello passato. Un romanzo la cui lettura consiglio dai 9 anni in su.

Il ragazzo fantasma h230Titolo: Il ragazzo fantasma
Autore: Melvin Burgess (ill. in bianco e nero di Federico Appel), trad. Chiara Gandolfi
Editore: Bohem Press
Dati: 2011, 184 pp., 16,50

Lo trovi sugli scaffali del Giardino Incartato

Quando arrivi è Natale (LupoGuido, 2021)

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di Barbara Ferraro
Illustratore: Serena Mabilia
Editore: Lupoguido

Dati: 2021, 64 pp., 14,00 €
ISBN 9788885810389


È la Vigilia di Natale e Tobia si prepara a trascorrerla a casa dei nonni, come da tradizione. Nel trasferimento però si dimentica di portare con sé Junior, il suo inseparabile orsacchiotto di peluche, rischiando così di rovinare il buonumore dei giorni di festa.

Animato dal desiderio di ritrovarsi, Junior prenderà eccezionalmente vita per ricongiungersi con l’amico e compagno di avventure, sfidando tutte le avversità che il lungo tragitto gli pone davanti.

Un racconto fantastico ispirato a una storia vera, per chi sa ancora riconoscere la magia nei piccoli gesti di tutti i giorni.


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Effetto starnuto

Jim Flora - Il giorno in cui la mucca starnutì - Orecchio acerbo

jim-flora-il-giorno-in-cui-la-mucca-starnutc3ac1Quando ti ritrovi tra le mani un libro che hai cercato e desiderato a lungo a soli 16,00 euro e tradotto nella tua lingua realizzi quanto possano essere competenti e raffinate le scelte di una casa editrice per ragazzi quando in mente si ha un’idea chiara di quello che è, e può essere, un albo illustrato. E questi editori hanno l’occhio lungo oltre che l’orecchio acerbo, giacché James Flora, di cui il capolavoro in oggetto Il giorno in cui la mucca starnutì risale al 1957, è uno dei più grandi artisti, oltreché illustratori, che il secolo scorso abbia conosciuto. Mi ripeto, che sia disponibile in libreria è un’emozione.

Per questo ho pensato di proporvi di seguito alcune delle sue copertine realizzate per dischi jazz, tributo a Jim Flora ma anche una ghiotta occasione per creare una connessione con un evento che senza guida (chissà quale battito di ali di farfalla l’ha creato!) si è imposto parallelamente alla mia lettura di questo libro nel mio personale immaginario: il Mardi Gras di New Orleans, sebbene ci vorrà febbraio perché arrivi.jim-flora-il-giorno-in-cui-la-mucca-starnut3

Il giorno in cui la mucca starnutì è un esempio di cosa possa succedere nel momento in cui si disattende a un proprio compito, o dovere (una morale, la si definirebbe, se non fosse proposta con così abbondanti sorrisi). Un pastorello di nome Fletcher dimentica la mucca Floss con i piedi ammollo nel ruscello per correre dietro a un coniglio col risultato che la povera mucca si prende un bel raffreddore. E non c’è nemmeno il tempo di dirle “salute!” dopo lo starnuto diretta conseguenza di quella infreddatura, giacché, allo stesso modo della famosa ed esplicativa locuzione secondo cui il minimo battito d’ali di una farfalla sia in grado di provocare un uragano dall’altra parte del mondo, una catena di eventi prende il suo rocambolesco via! E il topo investito dallo starnuto viene scorto dal gatto che, mancandolo, artiglia la schiena di un capretto, che spaventato scappa in cortile investendo uomini e animali e atterrando sulla motocicletta del postino prende la via del villaggio… Ecco, teoria a parte, il caos che consegue allo starnuto di Moss è tanto e le conseguenze pure. Le seguiamo passo passo. Grazie alle illustrazioni.

Jim Flora - Il giorno in cui la mucca starnutì - Orecchio acerbo
Jim Flora – Il giorno in cui la mucca starnutì – Orecchio acerbo

Vibranti, come se conservassero traccia di trombe e fagotti che fanno jazz. Ardite come certi arpeggi al violino. Rutilanti come i tamburi e i piatti e dense, dense di movimento, danza, ritmo. Incalzanti direi per il ritmo. Immagini fatte di solo nero, verde, rosa e arancio bruno letteralmente si inseguono e risentono fino alla fine del movimento d’aria cui ha dato luogo lo starnuto di Moss.

Jim Flora - Il giorno in cui la mucca starnutì - Orecchio acerbo
Jim Flora – Il giorno in cui la mucca starnutì – Orecchio acerbo

Una lineare confusione che si muove da sinistra verso destra. Tutti quanti i coinvolti, sebbene loro malgrado, reagiscono con stupore a quanto li vede protagonisti. Ma anche astanti celebri, quali il sole, sono stupefatti a veder turbato l’ordine ciclico e le forme usuali cui sono abituati, giacché a dir poco surreal-pop sono la piovra coi tentacoli arricciati, il leone spiegazzato e l’elefante spianato.

Un gioiello vintage che consigliamo a tutti.

Jim Flora - Il giorno in cui la mucca starnutì - Orecchio acerbo
Jim Flora – Il giorno in cui la mucca starnutì – Orecchio acerbo


“I found it very difficult at first to write a book because I had been trained to see an idea, not write about it. Facing a blank sheet of paper and writing a story was something I found I could not do. So I devised a new way to write my story. During the day I would think about the book. I would see it in pictures in my head. At night, as I lay waiting for sleep, I would run the story through my head like an animated cartoon one sees in theaters and on television. When finally the complete story was arranged in my head I drew a seres of pictures of what I saw there. In films they call this ‘making a storyboard.’ With this storyboard at hand all I had to do was describe what was taking place in the drawings. That’s how I wrote my first book and all of the sixteen others that followed.” [James Flora, 1988].

muccaTitolo: Il giorno in cui la mucca starnutì
Autore: James Flora
Editore: Orecchio acerbo
Dati: 2011, 44 pp., 16,00 €

Trovate questi libri tra gli scaffali del Giardino Incartato, libreria per ragazzi in via del Pigneto 303/c, Roma. Oppure, se non siete a Roma potete trovarci scriverci (ilgiardinoincartato@gmail.com) e chiederci di spedire a casa vostra, lo faremo con molto piacere ricorrendo a Libri da asporto.

Drama queen

Non appena sentiamo nell’aria il profumo dell’aria umida e fredda del Nord Europa noi accorriamo. Ci piace, ci piace moltissimo, il timbro che contraddistingue le narrazioni di provenienza nordica, ci piace la capacità di stimolare una lettura immersiva che si traduce in un essere lì, vivere lì. Sarà forse grazie al realismo che mette sul piatto quella dose di verità che sempre ricerchiamo nei libri per l’infanzia e l’adolescenza, sarà forse la distanza così tangibile, così profonda con il nostro quotidiano (ma è poi davvero così distante e così diverso?), oppure le immagini drammatiche, grottesche, poetiche…

Questa è la volta di Drama Queen di Derk Visser, scrittore nederlandese autore peraltro di Zucchero filato, un altro romanzo caratterizzato dallo stesso timbro, dalla stessa onestà.

Come in Zucchero filato, una protagonista, una ragazza, sicura di sé, con le idee molto chiare, che cerca sì la sua strada senza fare sconti alla realtà ma al contempo la subisce, costretta a rivestire i panni dell’adulta senza alcun protagonista, che adulto lo sia davvero, a farle da sponda nei momenti di dolore, di difficoltà, di incertezza. La madre, giovanissima, spogliarellista, capace di un amore allegro senza fronzoli, un nonno malato, alcolista, insegnanti giudicanti, sbrigativi, incapaci di percepire una realtà sottesa all’apparenza.

Ci muoviamo assieme ad Angel su per le scale strette di palazzoni di periferia grigi, miseri. Entriamo in case piccole, spoglie, nelle quali si muovono personaggi grotteschi dalle anime vibranti. Per parchi di cemento, in cui le erbacce si mescolano al fango ghiacciato. Incrociamo persone vere, problematiche, irrisolte, eppure dalla vita piena. Smosse da incertezze, eppure incrollabili nei loro affetti, amabili. Oppure prepotenti, piccoli imbroglioni, bambini schiacciati da un disagio tangibile e, almeno all’apparenza, da farci solo l’abitudine.

Si percepisce la difficoltà di crescere in un contesto complesso e povero, grigio. Eppure l’umidità e il grigiume, la puzza dei fuochi d’artificio esplosi e poi lasciati a marcire, si fa tollerabile, si fa commovente.

Così come la nascita dell’amore per Kayleigh, una nuova, intelligentissima compagna di classe. La narrazione si arricchisce di un tono delicato e fresco, spontaneo, diretto, rendendo tutte le splendide sfumature di un primo amore adolescenziale.

Drama Queen ha vinto nei Paesi Bassi il prestigioso premio Flag and Pennant ed è attualmente in fase di realizzazione un film tratto dal romanzo, con una produzione internazionale.

Titolo: Drama Queen
Autore: Derk Visser (trad. Olga Amagliani)
Editore: Camelozampa
Dati: 2021, 184 pp., 14,90 €

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La storia del toro ferdinando

È una storia d’altri tempi quella del Toro Ferdinando, che comincia dalle risguardie tutte illustrate in bianco e nero e prosegue, sempre col nero che si staglia sul bianco, proprio come un tempo, con il suo corredo di carretti a ruote trainate da cavalli, toreri con picche e alabarde e bimbi coi grembiali neri.

Comincia nel 1936, pochi mesi prima dell’inizio della guerra civile spagnola e continua fino ai nostri giorni, facendosi portatrice di un messaggio di pace esplicito e determinato.

La copertina rosso fuoco attrae come attrarrebbe un toro nella corrida, e la traduzione di Beatrice Masini segue il canto pacifista del Toro che ama il profumo dei fiori senza inciampi. Il toro Ferdinando è capace di una sensibilità che sfugge tra le maglie di animi umani troppo legati a interessi e prevaricazione; sfugge ma nel farlo sfiora e infatti urtò le corde di Franco, che ne proibì la diffusione finché fu in vita e urtò i nazisti, che lo misero al rogo nella Germania di Hitler. La storia del libro, prima che la storia nel libro, acquisì un grandissimo valore simbolico quando fu stampato e distribuito a tutti i bambini tedeschi come gesto di pace dalle forze alleate.

I due autori, Munro Leaf (1905-1976) e, per le illustrazioni, Robert Lawson (1892 – 1957), sono tra i più grandi della storia della letteratura e dell’illustrazione americana per l’infanzia; assieme, in questa storia senza tempo, celebrano con leggerezza la non violenza. E la leggerezza è deliziosa negli sguardi dei protagonisti: sbalorditi, stupefatti, distratti, all’erta. Il torello che quasi si ferma, distratto, nel momento in cui il suo sguardo incrocia una tartaruga; il bombo che par proprio dire “Ohibò” solo guardando rassegnato ciò che incombe. La leggerezza, e talvolta anche la perfezione, sta nei dettagli e questa storia ne è ricca.

Il toro Ferdinando nacque in Spagna assieme ad altri torelli che saltavano e giocavano tra loro prendendosi a testate. Ma lui no. Ferdinando amava piuttosto passare il proprio tempo sotto un albero ad annusare il profumo dei fiori. La sua natura di toro possente però non stenta a mostrarsi in muscoli e imponenza, nonostante Ferdinando non li eserciti come i suoi coetanei. Dall’alto della collinetta su cui sorge il suo albero preferito (un sughero sul quale germogliano grappoli di tappi da bottiglia) tutto guarda, placido e contento. Fino a quando non interviene il caso a sconvolgere la sua odorosa esistenza, e si mostra sotto forma di un bombo. Tra le ali di questo piccolo insetto e tra i petali dei fiori si nasconde il destino di Ferdinando e della sua storia che si conclude con una affermazione di sé profumata e libera.

Titolo: Il Toro Ferdinando
Autore: Munro Leaf, Robert Lawson (Beatrice Masini trad.)
Editore: Rizzoli
Dati: 2021, 80 pp., 16,00 €

Lo trovi tra gli scaffali del Giardino Incartato, via del Pigneto 303/c Roma. Se non vivi a Roma, puoi ordinarlo richiedendolo via mail ilgiardinoincartato@gmail.com te lo spediremo a casa.

Da questo libro è tratto il film Ferdinand di Carlos Saldanha, Cathy Malkasian, Jeff McGrath. 2017

La mia giungla

Oggi incontriamo Antoine Guillopé per parlare di Lupo nero, finalmente arrivato in Italia Grazie a Camelozampa. Alle 18,00 sulla pagina fb del Giardino Incartato, libreria indipendente per bambini e ragazzi

AtlantideKids - il blog del Giardino Incartato

La mia Giungla, Antoine Guilloppé - L'ippocampo Edizioni, 2014 La mia Giungla, Antoine Guilloppé – L’ippocampo Edizioni, 2014

Ci sono due sguardi tra le pagine di questa meravigliosa opera autoriale, editoriale e tipografica: il nostro, dietro le fronde, e quello di un misterioso abitante della giungla, oltre. Lui ci osserva come se fossimo in piena luce, esposti alla sua ferina attenzione, noi ne ascoltiamo i sussurri e un po’ tremiamo, ma non di paura, piuttosto d’attesa, d’impazienza. Non c’è niente che gli sfugga, persino i serpenti si ritraggono e nascondono al suo passaggio, sempre che riescano a percepire il lieve fruscio del suo passo discreto. Tutto domina e conosce, nulla teme. Sfogliando e risfogliando crediamo di aver intravisto qualcosa di lui attraverso le trasparenze di queste pagine intagliate, talvolta nere, talvolta bianche, che paiono di pizzo, ma comunque ci sfugge e pian piano prendiamo coscienza del fatto che questo essere misterioso si rivelerà soltanto quando lo vorrà, quando sarà…

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