I libri delle stagioni di Rotraut Susanne Berner

Autunno. I libri delle stagioni, di Rotraut Susanne Berner - 2018, Topipittori

È inutile, se tra tutti i protagonisti di un libro c’è un corvo, io lo seguo.

Autunno. I libri delle stagioni, di Rotraut Susanne Berner - 2018, Topipittori
Autunno. I libri delle stagioni, di Rotraut Susanne Berner – 2018, Topipittori

E ne I libri delle stagioni di Rotraut Susanne Berner, sia d’autunno che d’inverno ce n’è uno, che tra il brulicare di personaggi subito m’appare e conquista. E allora è d’obbligo per me seguirne le vicende, che nella mia scelta “stagionale” e non cronologica (il primo edito dei due è stato Inverno) cominciano in Autunno, sulla punta del tetto di una casa a tre piani. Il corvo in alto guarda al cielo, subito in basso una gabbia cui sembra aver, per sua fortuna, rinunciato, o dalla quale è sfuggito grazie alla dimenticanza di qualcuno, e gli incipit cominciano a moltiplicarsi, lasciando spazio a prequel di natura completamente differente, l’uno drammatico, l’altro avventuroso. In alto il cielo, dicevo, e nel cielo uno stormo d’anatre bianche, in fila, a seguire il vento.

<img class="alignnone size-full wp-image-11050" src="https://atlantidekids.files.wordpress.com/2018/11/berner_autunno2-ak.jpg?w=600&quot; alt="Autunno. I libri delle stagioni, di Rotraut Susanne Berner – 2018, Topipittori” width=”600″ height=”392″> Autunno. I libri delle stagioni, di Rotraut Susanne Berner – 2018, Topipittori

Il nostro le guarda di uno sguardo a mezza strada tra chi anela e chi teme (e qui non so perché mi torna in mente un verso dei Pink Floyd: l’invidia è il legame tra chi spera e chi è dannato, per chi volesse ascoltarla mentre segue le avventure del corvo “Green is the Colour”, 1969). Le guarda, insomma, e per qualche istante si sente Mårten, l’oca di Nils Holgersson, e, stanco del suo domestico vivere quotidiano, si libra in volo per raggiungere le sue instancabili ed eleganti simili.

Sempre con l’occhio teso e anelante le raggiunge e, sia per modestia, sia per apertura alare, le segue un po’ discosto. Quando nella terza scena stanno ormai sorvolando il pieno della città, il nostro eroe fa i conti con la realtà e con il suo istinto. Mostra alle lontane parenti che con le grandi distanze non c’è gara, ma sugli scatti è capace di dar loro una pista, le supera e si lancia in picchiata.

Certamente c’è qualcuno in pericolo; sta andando a salvarlo. E invece no, con estremo disappunto mi accorgo di come certi istinti primordiali possano far dimenticare anche il più alto ideale, vale a dire la libertà: Il nostro ha appena sgraffignato un pezzo di formaggio dal piatto di un ragazzo che non può far altro se non allargare le braccia attonito.

Il corvo è ora appollaiato su un muretto e ascolta le lusinghe di una volpe. Le anatre intanto proseguono il loro volo. “Lasciale perdere quelle lì, sapranno anche volare in formazione ma non hanno una voce bella come la tua!”.

“Certo che no!”, avrà risposto beandosi il corvo, perdendo il formaggio, perché la volpe, infine, va via soddisfatta mentre lui mestamente fruga tra l’immondizia in cerca di un boccone.

Intanto soffia il vento e spoglia di tutte le foglie l’albero che maestoso si staglia sulla collina e che è portavoce del passare del tempo e delle stagioni e centro della città in cui ogni cosa si svolge.

<img class="alignnone size-full wp-image-11047" src="https://atlantidekids.files.wordpress.com/2018/11/wimmel_inverno_1.jpg?w=680&quot; alt="Inverno. I libri delle stagioni, di Rotraut Susanne Berner – 2018, Topipittori” width=”970″ height=”500″> Inverno. I libri delle stagioni, di Rotraut Susanne Berner – 2018, Topipittori

Il corvo è ancora lì, tra i rami, in compagnia di un pappagallo, un gufo, uno scoiattolo, un passero, un picchio e un gatto. Sorridono tutti, sulla copertina dell’Inverno, tranne una bimba dalla lunga treccia, che le anatre bianche, tanto eleganti in volo, si rivelano oche dispettose sul prato, le stanno strattonando, e il pupazzo di neve, che pervaso dalla magia dello straordinario del quotidiano, sembra animarsi e volge uno sguardo perplesso alla scena.

Ad aprirlo ci ritroviamo nella stessa città che avevamo imparato a conoscere in Autunno, e le storie da raccontare sono sempre tantissime: ci sono genitori e figli, tipi sportivi in motocicletta, ginnasti in tuta e baffoni, musicisti, innamorati, portafogli smarriti da recuperare.

Il paesaggio è innevato, il lago ghiacciato, la natura è immobile mentre tutt’attorno il resto brulica, di sensazioni, di avventure, di piccoli accidenti quotidiani che tingono ogni cosa di magia. E il nostro corvo? Beh, lui naturalmente c’è ma forse ha imparato qualche lezione e si limita a far da spettatore, appollaiato ora su un tetto, ora su una staccionata, ora su un albero. Io credo alla ricerca di un pezzo di formaggio da sgraffignare.

Ogni tavola è molto ampia si svolge su doppia pagina e, aiutata dal grande formato, risulta chiara in ogni più piccolo dettaglio. Le scene ricordano i diorama; c’è un elemento, la strada, che si sovrappone in primo piano a un recinto, un marciapiede, che a sua volta lascia il passo a una costruzione e così via in una zoommata prospettica che arriva fino all’orizzonte, in cui si incontra il cielo.

Sono tra i miei prediletti i Wimmelbuch. Su queste pagine ne ho parlato in diverse occasioni. Qui Thé Tjong-Khing e l’arte di raccontare per immagini e qui Un giorno nella vita di tutti i giorni. Credo non dovrebbero mai mancare in casa, che dovrebbero essere posti in un luogo accessibile ai bambini e che siano occasione di fantasticherie libere e appassionanti.

Titolo: Inverno. I libri delle stagioni; Autunno. I libri delle stagioni
Autore: Rotraut Susanne Berner
Editore: Topipittori
Dati: 2018, 14 pp., 16,00 €

Li trovate entrambi tra i nostri scaffali in libreria, Il Giardino Incartato, via del Pigneto 180, Roma

Un giorno nella vita di tutti i giorni

In città e Un giorno nella vita di tutti i giorni di Ali Mitgutsch a confronto (1995, 2016)
In città e Un giorno nella vita di tutti i giorni di Ali Mitgutsch a confronto (1995, 2016)

Qualche anno fa ho fatto una cernita tra i libri che ancora conservavo in Calabria, nella mia vecchia stanza a casa dei miei genitori. Tra i tanti classici illustrati per ragazzi (nella loro versione integrale) che rientrarono nella prima scelta, fece capolino un libro minuscolo, rettangolare e senza parole. Si trattava di In città di Ali Mitgutsch, edito da Ravensburg.

Lo lessi e rimirai, mi piacque enormemente. Poche pagine cartonate di immagini fitte fitte. Delizioso. Chiesi a mia madre e lei (maestra alla scuola materna), mi riportò anche una copia che aveva usato a scuola di Al mare, costituita da due sole pagine, anch’esse piuttosto sdrucite, e mezza copertina. Ottimo segno, i bambini degli anni Novanta avevano apprezzato come me.

Per questo non ho dubbi: Un giorno nella vita di tutti i giorni  è un libro che non può mancare nella libreria dei vostri bambini.

Sono scene di vita quotidiana, densissime di dettagli e, naturalmente, rispondenti ai giorni cittadini del 1968. L’edizione portata in italia da Gallucci (in Germania i titoli di Ali Mitgutsch sono stati riediti lo scorso anno) è di grande formato e il confronto con i miei piccoli è contrastante. Inizialmente mi sono trovata spiazzata da questa differenza così macroscopica; ritengo che la dimensione ridotta fosse un valore aggiunto all’idea del rendere le scene nelle minuzie. In realtà, questa è una considerazione legata a quell’affetto, un po’ innamoramento, di cui vi raccontavo poco sopra. Le grandi dimensioni rendono efficace la lettura alla ricerca dei dettagli.

Un giorno nella vita di tutti i giorni, di Ali Mitgutsch- 2016, Gallucci
Un giorno nella vita di tutti i giorni, di Ali Mitgutsch- 2016, Gallucci

In una piscina affollata da un centinaio di bambini, sotto lo sguardo vigile di qualche nonna piuttosto svampita e di una bagnina, mentre i pochi adulti prendono bellamente il sole o pensano agli affari propri, molti bimbi scivolano, altri nuotano altri scherzano abbassando le mutande ai propri amici, scoprendo sederini in netto contrasto con la pelle rossastra, chiaro segno di errato utilizzo della crema solare. Mentre un bimbetto sorridente annaffia con la sua pipì un cespuglio, dall’alto del trampolino una bimba lo annaffia a sua volta sputacchiandogli in testa.

Un giorno nella vita di tutti i giorni, di Ali Mitgutsch- 2016, Gallucci
Un giorno nella vita di tutti i giorni, di Ali Mitgutsch- 2016, Gallucci

Si possono leggere molte storie, tutte diverse e tutte contenute nello spazio di una doppia pagina. Certamente tutte divertenti.

C’è poi una festa di paese, un cantiere, un mercato e una scena che racconta un pomeriggio al parco. Qui mi sono divertita a confrontare la nuova edizione con quella vintage. Il Circo è diventato un più politically correct Circo delle pulci e il costo del biglietto è drasticamente diminuito di conseguenza, passando dalle 5 mila lire a 50 centesimi di euro. La bella edicola, aperta ancora alle 16 del pomeriggio, è diventata giornali e infine, sul pontile di un laghetto troneggia un barche a noleggio che esplicita il processo di semplificazione della lingua diventando noleggio barche.

In città, di Ali Mitgutsch- 1995, Ravensburg
In città, di Ali Mitgutsch- 1995, Ravensburg

La tavola conclusiva è un paesaggio montano, innevata e degna conclusione di questo delizioso Wimmelbuch (libro che brulica), ispirato ai miei amati pittori fiamminghi del Cinquecento, che consiglio a partire dai 2 anni.

img2400-gTitolo: Un giorno nella vita di tutti i giorni
Autore: Ali Mitgutsch
Editore: Gallucci
Dati: 2016, 25 pp., 14,90 €

Trovi questi libri tra gli scaffali della Libreria Il giardino Incartato, via del Pigneto 303/ c, a Roma

Maturare verso l’infanzia

Il pavimento è color cannella; il pavimento della bottega di Jakob; bottega di stoffe, luogo di cambiamenti e buffe metamorfosi. Jakob è il padre di Bruno, e Bruno è Bruno Schulz, giornalista, scrittore, ebreo.

I nostri, i miei, sono gli anni della continua ricerca del restare sempre sé stessi, per distinguersi, emergere. Avere una propria forte identità, riconoscibile soprattutto, che ci renda unici; una identità che ci protegga. Fino all’irritarci, al renderci insofferenti verso quella stessa unicità che abbiamo ricercato e che ci rende sempre uguali, imprigionati nelle nostro crescere, divenire adulti. Incapaci di rinnovarci, di mostrarci candidi, di riscoprirci ingenui, di salvarci plasmandoci, cambiando.

Ofra Amit, Nadia Terranova, Bruno, il bambino che imparò a volare. Orecchio acerbo
Ofra Amit, Nadia Terranova, Bruno, il bambino che imparò a volare. Orecchio acerbo

Per questa ragione, quando nel bel mezzo dell’albo mi imbatto in questa frase, trasalgo: “Jakob si mischiava e si impastava con il mondo per guardare tutto con occhi nuovi e diventare ogni volta un po’ meno se stesso”. Si tratta di un padre dalle “instancabili gesta”, dalle continue metamorfosi, capace di cogliere la vita nella materia e adattarla a sé stesso. Si mischiava e impastava e Bruno anelava a imitarlo ma un’imbarazzante testa grossa lo frenava: gli rendeva difficile l’idea di riuscire a librarsi in volo come un rapace, o tenersi in equilibrio a testa in giù come un ragno, soprattutto a sfuggire alla scopa della governante Adela che, sempre, presa alla sprovvista dai cambiamenti di forma di papà Jakob, cercava di scacciarlo ramazzando.

Ofra Amit, Nadia Terranova, Bruno, il bambino che imparò a volare. Orecchio acerbo
Ofra Amit, Nadia Terranova, Bruno, il bambino che imparò a volare. Orecchio acerbo

Quando Jakob sparì per non fare più ritorno, perso in una delle sue mutazioni, pensava Bruno,  il bambino sfogò l’amarezza della solitudine e della mancanza nel disegno: incise e disegnò per non dimenticare, per conservare, per non restare imprigionato in sé stesso, nella propria timidezza, nella propria malinconia. “Essendo cresciuto con una testa abnorme, Bruno conosceva le parole giuste per trasformare la diversità in opportunità”. E cercò di insegnarle anche agli altri.

Con lo stesso intento, immagino Bruno alle prese con la realizzazione degli affreschi (illustrazioni delle fiabe dei fratelli Grimm) per i figli del “suo” nazista, quello che lo proteggeva, schiavizzandolo, per sfruttarne il talento e la grazia.

La diversità di Bruno non lo salvò. Alla sparizione del padre ne seguirono altre, e con una velocità fulminea si attuò il feroce piano di annullamento: tutti gli ebrei, a prescindere se ordinari, straordinari, strambi o col testone, furono perseguitati. Gli ebrei come i rom e sinti, i malati di mente, i testimoni di Geova, gli omosessuali, gli oppositori politici. Tutti umiliati, straziati, trucidati; alla stessa maniera eliminati, resi uguali l’uno all’altro dall’orrore del nazismo. Tutti, anche Bruno, ucciso per strada in una giornata d’autunno del 1942 da un ufficiale alla ricerca di vendetta giacché il nazista di Bruno aveva ucciso il “suo” ebreo. Bruno non esiste più, e i suoi scritti, i suoi disegni sono cancellati e dispersi dal tempo.

Poi anche i nazisti pagheranno il loro appiattirsi in un’unica atroce immagine. Gli stralci di umanità sopravvissuta si muoveranno, si allontaneranno e fuggiranno dai luoghi dell’orrore. Uno scampolo di famiglia entrerà in una bottega impolverata dal pavimento color cannella e ne esplorerà gli spazi, per renderli propri, rifugio e casa. Su quel pavimento una mano bambina alla ricerca di cose utili ne scoprirà di preziose e uniche: i disegni e gli scritti di Bruno.

Ofra Amit, Nadia Terranova, Bruno, il bambino che imparò a volare. Orecchio acerbo
Ofra Amit, Nadia Terranova, Bruno, il bambino che imparò a volare. Orecchio acerbo

Oggi di lui ci sono rimasti articoli, disegni, saggi, racconti e due romanzi: Le botteghe color cannella e Il sanatorio, all’insegna della clessidra. Un terzo, Il messia, definito il suo capolavoro, è andato perduto. E chissà che non sia in volo, tra gli artigli di un rapace variopinto che, nonostante una grossa e sproporzionata testa, vola leggiadro alla ricerca di un cantuccio polveroso di soffitta, uno scaffale di bottega per posarsi.

Bruno, il bambino che imparò a volare è una storia di Nadia Terranova, illustrata da Ofra Amit con immagini ampie e ariose che ben suggeriscono lo spazio, la libertà e il largo respiro cui Bruno in un modo o nell’altro anelava. Le parole, ognuna di esse, ci accompagnano e preparano al volo. Le piume rosse, perse da Jakob o da Bruno?, segnano il rincorrersi degli eventi, placide s’adagiano sulle pagine come se lo facessero sul tempo, a testimoniare la vita, così come un’attitudine. E come piume rosse, le parole lievi e dense di Nadia Terranova s’adagiano nella memoria di chi legge e in essa trovano, senza dubbio, spazio e tempo.

“Fredda serata di fine autunno. Bruno Schulz è ancora bambino. La madre entra in camera sua e lo trova intento a nutrire alcune mosche con granelli di zucchero. Stupita, gli domanda cosa mai stia facendo. “Le sto irrobustendo per l’inverno.” Vero o falso l’aneddoto raccolto da David Grossman, di certo quel bambino non poteva immaginare che da lì a pochi anni non l’epoca geniale da lui sognata sarebbe sorta, ma una delle più buie dell’umanità. Un lungo inverno nel quale, come mosche, sarebbero morte milioni di persone” (Paolo Cesari)

bruno_cover1Titolo: Bruno, il bambino che imparò a volare
Autori: Nadia Terranova, Ofra Amit
Editore: Orecchio acerbo
Dati: 2012, 40 pp.

Lo trovi sugli scaffali del Giardino Incartato

l’inconfondibile tristezza del sapore perduto

Scopro un modo nuovo di comunicare in questa fiaba incantevole e drammatica di Aimee Bender: dimentico la comunicazione verbale, ridotta ai minimi termini tra le pagine di questo libro, assaporo quella non verbale fatta di gesti, di immobilità, di postura e assenza e mi concentro sul gusto. Giacché sono le papille gustative di Rose a custodire una capacità straordinaria: quella di comprendere i sentimenti e le sensazioni degli altri per mezzo di ciò che cucinano. Lo scopre a nove anni, assaggiando la torta al limone preparata dalla madre: l’assaggia e sente solitudine, frustrazione, irrequietezza, ansia.

Parola dopo parola, assaggio dopo assaggio, la lettura de L’inconfondibile tristezza della torta al limone (Minimumfax, 2011) si fa intensa e cresce un’emozione mista di stupore e coinvolgimento. Rose è la protagonista di una fiaba, possiede una capacità senza dubbio magica, sovrannaturale, ma al contempo assolutamente reale giacché nasce in un contesto in cui la realtà è sempre in primo piano grazie ai dettagli che la Bender utilizza nel narrare i lavori di falegnameria della madre di Rose, così come per descrivere, per mezzo di Rose, le catene di produzione dei cibi o le macchine per prepararli.

Non è solo Rose ad avere una qualità magica. Come in tutte le fiabe che si rispettino la magia contribuisce ad amplificare la dimensione fiabesca del romanzo assottigliando i riferimenti al mondo reale quando si tratta del geniale fratello di Rose, ad esempio, che ha la capacità di confondersi  (letteralmente) in un’immobilità innaturale e catatonica con l’ambiente in cui vive: scompare seminando sgomento e dolore. Ricorda in qualche modo il teatro barocco e le sue macchine “magiche” costruite ad arte per far scomparire gli attori, per farli ricomparire all’improvviso, inaspettatamente, magari cambiati, magari diversi. Solo che in quel contesto la magia ispirava sorrisi quando non grasse risate, qui il ragazzo non può sfuggire al suo “dono” e il risultato è drammatico, così come Rose, non può sfuggire al suo. E si ritorna alla fiaba, all’eroe che non può evitare di esserlo, che è vincolato a utilizzare le proprie capacità giacché sovrannaturali, indipendentemente dalla propria volontà. Però Rose può educare il suo “dono” e ci riesce in qualche modo dissimulando e poi con l’aiuto di George, l’unico amico del fratello, anch’esso geniale: George per mezzo di un taccuino e di applicazioni giornaliere dona a Rose la capacità di imbrigliare il suo “potere” riuscendo a farla concentrare su quello che in esso potrebbe esserci di reale e facendole prendere, per quanto possibile, le distanze dal lato magico/empatico. Rose si concentrerà sul rintracciare la provenienza dei cibi, il modo in cui sono stati coltivati, la filiera, come siano stati raccolti. Un metodo empirico contrapposto alla magia. Molto interessante anche per quello che il metodo implica a livello interpersonale e nei rapporti tra i personaggi.

L’inconfondibile tristezza della torta al limone è un romanzo intenso come non potrebbe essere diversamente considerata l’ambivalenza che arricchisce una narrazione già di per sé elegante.

Titolo: L’inconfondibile tristezza della torta al limone

GUINEFORT (LupoGuido, 2022)

guinefortGUINEFORT

di Barbara Ferraro
Illustratore: Francesca Ballarini
Editore: Lupoguido

Dati: 2022, 40 pp., 15,00 €
ISBN 9788885810310


Due fratelli scappano di casa per trovare un rimedio che curi la loro mamma e che solo Guinefort, un cane magico che vive in Francia, può procurargli. Hanno con sé tutto il necessario: la mappa, il taccuino con le informazioni, la bussola di ottone del nonno, un po’ di spago, le matite con la gomma sopra, la macchina fotografica e il cioccolato fondente, che se è quello buono ha più vitamine della frutta. L’importante è non confondersi all’incrocio tra corso Svizzera e via Monte Baldo, perché altrimenti invece che in Francia ci si ritrova in Germania e si perde la via.

Una storia moderna, che affonda le radici nella fiaba classica, fatta di cura, coraggio, complicità e determinazione.


Rassegna stampa

Storie Girandole

Le bugie hanno zampe corte o cappelli appuntiti

Jon Klassen - Voglio il mio cappello
Jon Klassen – Voglio il mio cappello – Zoolibri

Pungente questo albo illustrato e raccontato da Jon Klassen, pungente e molto, molto divertente. Divertente da risate larghe e mani sui pancini. Pungente per la sua spiazzante inclemenza.

Voglio il mio cappello!, l’orso non ci sta ad averlo smarrito, d’altra parte, per quanto vi è affezionato doveva essere proprio un bel cappello, e poi, anche se così non fosse si tratta comunque del suo cappello! L’orso chiede in giro, è determinato e gentile: chiede alla ranocchia, chiede alla volpe… nulla. Quando incontra un coniglio dalle risposte agitate (rosse) e iperinformative, si insinua nel lettore il sospetto e il fatto che il coniglio indossi un cappello (anch’esso rosso) non depone a suo favore e ne fa il principale indiziato; ma l’orso ingenuamente passa oltre e continua la paziente ricerca; fino a quando non incontra un cervo che gli pone una domanda interessante la quale gli fa tornare alla mente qualcosa…

Jon Klassen - Voglio il mio cappello - Zoolibri
Jon Klassen – Voglio il mio cappello – Zoolibri

L’orso fino a questo primo climax ha dimostrato pazienza, determinazione, capacità di chiedere aiuto e di trovare delle soluzioni. Cosa avverrà dopo l’illuminazione? Beh, quel che voglio dirvi è che ciò che avverrà è assolutamente divertente, elegantemente umoristico. Forse ho rovinato fin troppo una ben costruita suspense  ma vi divertirà, e molto, leggere questo albo ai vostri bambini o leggerlo con loro (Zoolibri, la casa editrice di Reggio Emilia che lo pubblica, ne consiglia la lettura dai 5 anni) perché è raffinato in tutto anche nella gestione dei tempi, delle scene, soprattutto nel lessico, assolutamente adatto a rendere viva e vivace la storia.

Jon Klassen - Voglio il mio cappello - Zoolibri
Jon Klassen – Voglio il mio cappello – Zoolibri

Sui toni del bruno, grigio e dell’ocra spicca il rosso che è solo del cappello. Le illustrazioni nella loro raffinata sobrietà colpiscono e divertono per l’espressività dei protagonisti, resa in maniera realistica e straordinaria.

Ho trovato il booktrailer in rete, è in inglese ma gli sguardi sono un linguaggio universale. Oltre al blog dell’autore, peraltro, potete fare una capatina qui: scoprirete che c’è qualcun altro alle prese con un cappello.

copertina voglio il mio cappelloTitolo: Voglio il mio cappello!
Autore: Jon Klassen
Editore:  Zoolibri
Dati: 2012, 40 pp., 15,00 €
ristampa 2022

Questo cappello mi calza a pennello!

Questo non è il mio cappello, Jon Klassen

Questo non è il mio cappello - Jon Klassen - Zoolibri 2013
Questo non è il mio cappello – Jon Klassen – Zoolibri 2013

È un vero e proprio thriller questo secondo appuntamento con la trilogia dei cappelli di Jon Klassen. Un pesciolino reo confesso ruba il cappello (un piccolo cappello) a un grande pesce addormentato. Lui lo sa che non si dovrebbe fare, rubare un cappello, rubare in genere, però è un fatto che il cappello rubato gli calza a pennello mentre al pesce legittimo proprietario stava evidentemente piccolo.

Questo non è il mio cappello - Jon Klassen - Zoolibri 2013
Questo non è il mio cappello – Jon Klassen – Zoolibri 2013

Il pesciolino nuota velocemente in cerca di un riparo, di un luogo sicuro in cui scampare sostanzialmente alla propria coscienza, giacché il ladruncolo è convinto di aver compiuto il furto perfetto, che il pescione sia tonto quanto grosso e non si accorgerà di nulla, che il pescione non lo troverà mai e che il granchietto che l’ha visto fuggir via con il cappello in testa gli farà da palo. Però… ebbene il ‘però’ non posso svelarlo altrimenti che thriller sarebbe? Quello che posso certamente aggiungere è che questo albo è elegante e arguto tanto quanto lo era “Voglio il mio cappello!”, che le illustrazioni attuano un gioco di sguardi esilarante ed esso stesso narrativo, che questo albo non può assolutamente mancare nella libreria dei vostri bimbi.

La casa editrice che lo pubblica, Zoolibri, lo consiglia dai 5 anni, io credo sia adatto anche a partire dai 3.

Per giocare con il pesciolino e il cappello che non è suo la Walker Books ha realizzato due semplici schede che trovate qui

questo-non-e-il-mio-cappelloTitolo: Questo non è il mio cappello
Autore: Jon Klassen
Editore: Zoolibri
Dati: 2013, 40 pp., 15,00 €

Lo trovi tra gli scaffali del Giardino Incartato

Ci sarà sempre aria per costruire dei castelli

Guus Kuijer, Mio padre è un PPP

Sebbene meno coinvolgente rispetto al precedente Per sempre insieme, Amen, l’ultimo romanzo di Guus Kuijer edito da Feltrinelli Kids, Mio padre è un PPP, che ne è seguito ed evoluzione, rimane un libro assolutamente godibile, coinvolgente, arguto e poetico.

La protagonista, Polleke, è la stessa bambina intelligente, profonda, non convenzionale, che avevamo conosciuto in precedenza, che affronta giorno per giorno problemi e disagi profondi con una naturalezza e una levità che smarriscono e al contempo consolano, con un plus che complica le cose: Polleke ci racconta stavolta una parentesi della sua adolescenza; il primo amore, il primo bacio, le prime delusioni, la maggiore consapevolezza. Ambientato in Olanda, risente della disinvoltura culturale condita da atteggiamenti non convenzionali, e di una dolce consuetudine: rispetta il punto di vista dei bambini, investendolo della serietà che sempre merita e possiede.ritaglio mio padre è un ppp

Suo padre Spik è un PPP, è la stessa Polleke a darne questa definizione, un padre, cioè, particolarmente problematico, tossicodipendente, senzatetto. Polleke, però, lo adora, e non solo perché si tratta di suo padre, ma anche perché lo considera un poeta, sebbene non trovi il modo e la forza di mettere su foglio questo suo talento. Il tutto senza alcuna rarefazione o dolcificazione, sempre con un contatto, che è un tatto naturale, con la realtà, disarmante e vero. Polleke è vera, naturale, semplice e complessa.

Il maggiore pregio di questo libro, tra i tanti, è la limpidezza dello sguardo con il quale la narrazione si confronta con questioni pratiche e quotidiane che divengono esistenziali, per assurdo, proprio per il pragmatismo che l’autore sceglie di guidare i suoi protagonisti. Non ci sono drammi, sebbene le contingenze siano difficili, non ci sono estremizzazioni. Tutto è narrato e vissuto con una misura che è intensa, ricca di umorismo, intelligente e saggia e per questo diviene poetica.

Ne consiglio, vivamente, la lettura dai 10 anni in su.

9788807921971_quarta.jpg.438x683_q100_upscaleTitolo: Mio padre è un PPP
Autore: Guus Kuijer
Editore: Feltrinelli Kids
Dati: 2013, 105 pp., 10,00 €

Lo trovi tra gli scaffali del Giardino Incartato

Alir il Magazine – nelle librerie dell’associazione

Il secondo numero di Alir il magazine. Figure, parole, sguardi dall’editoria per ragazzi è disponibile in tutte le librerie di Alir, l’associazione librerie indipendenti per ragazzi. Le copie sono gratuite, potete venire a ritirare la vostra, ma intanto, per farvi un’idea, l’editoriale.

Immaginateci in libreria, in giro tra gli scaffali, in vostra compagnia. Perché è anche per ritrovare questa nostra consuetudine, almeno un po’, dopo tutta la distanza cui siamo stati soggetti, che è nato Alir Il Magazine. A ben pensarci, che cos’è il mestiere di libraio se non condividere una passione? Che cosa ci permette di comunicare bellezza se non parlare, assieme, di libri?

Sulla carta poi possiamo fissare più contenuti, fare rimandi, organizzare piccole bibliografie, senza distrazioni, e voi, con il vostro libro nel sacchetto e Alir, il nostro magazine, sottobraccio, con noi.

E dunque, immaginateci al vostro fianco, a raccontarvi una storia. L’ultima chicca nel campo della divulgazione, un grande classico moderno sempre al passo col tempo, un albo illustrato per chi è alla ricerca di avventure, un toddler per muovere i primi passi tra le storie e nel mondo.

Alcuni di noi ve ne parleranno sussurrando, altri ne declameranno a voce alta qualche riga tra quelle più amate, altri ancora, i più estroversi, lo faranno addirittura gesticolando. Rideremo assieme, talvolta si incontreranno sguardi lucidi di commozione, sempre ci si arricchirà a vicenda di un confronto che desideriamo vivace, spontaneo, scevro da sovrastrutture, pieno.

Un grazie va a voi, cari clienti, amici e lettori, che siate più bassi del metro o più alti di una giraffa, che venite a trovarci un giorno sì e l’altro pure, o solo qualche volta, o vi fidate così tanto che vi spediamo i libri in pacchetti chiusi.

In questo numero sarete sfiorati da un vento di poetico surrealismo, riscoprirete i sempreverdi miti classici, sbircerete tra i migliori fumetti a scaffale; scoprirete nuove collane che parlano di grandi illustratori, farete compagnia a piccoli detective in indagini buffe e accurate; i vostri occhi potranno godere della meraviglia del talento di Luzzati e potrete, commossi, ricordare assieme a noi il nostro amico Tuono Pettinato, geniale fumettista prematuramente scomparso, cui va, oggi e sempre, il nostro affettuoso pensiero.

Barbara Ferraro, Vice presidente ALIR

Bimbi solitari che parlano agli animali

E l’eternità cominciava a mezzogiorno, nel caldo che luccicava, quando ce ne stavamo l’una accanto all’altro e io gli spiegavo sottovoce le parole che avevo imparato a scuola la mattina. Tu sei un gatto impertinente, gli sussurrai una volta, e io una bambina impertinente, e la verità è che siamo stregati, noi due, e vivremo settantasette vite.

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Jutta Richter

Ho incontrato Jutta Richter (tra le più note autrici tedesche per l’infanzia degli ultimi dieci anni) in occasione dell’uscita de Il Gatto Venerdì (Beisler editore). In quella circostanza ha risposto per me ad alcune domande.

D: Quando la storia de Il Gatto Venerdì ancora muove i suoi primi passi ci si trova posti di fronte ad una delle più oscure verità della nostra esistenza: “Essere vittima vuol dire farsi del male”. È un concetto complesso che Lei riporta quasi con leggerezza. Chiaramente sono scelte consapevoli: come si accosta a temi di questa profondità e qual è il processo che riesce a semplificarli e renderli così diretti e naturali?
R: Questo processo è molto semplice: cerco di mettermi nei panni di un bambino e di ricordare come mi sentivo e come pensavo io stessa da bambina.
Quando scrivo mi infilo nella protagonista e immagino di pungermi con una spilla. Sono solo gli esempi che riescono, in un bambino, a far intuire che la sofferenza che non ha senso fa di lui una vittima. Un’affermazione del genere è difficile/problematica solo per gli adulti.
Il dono più grande che io ho come autrice è quello di ricordare benissimo la mia infanzia e posso trattare questi argomenti potendo godere della mia intuizione infantile. Non ricorro al pensiero filosofico o analitico, perché sono convinta che le cose profonde, cosi dette “complicate” sono invece semplicissime.

D: I protagonisti dei suoi libri sono spesso soli o isolati o ancora, e forse meglio, indipendenti da un gruppo, ma stringono indissolubili e profondi legami d’amicizia con gli animali. Animali che sono essi stessi capaci di spiegare, risolvere, tremare, amare. Qual è il suo personale rapporto con gli animali e cosa La induce a sceglierli come effettivi protagonisti delle sue storie?
R: Io vivo con gli animali e sono cresciuta con gli animali. Hanno un ruolo importante nella mia vita. Perlopiù il genere della Fiaba mi permette di usare animali parlanti per semplificare la storia che altrimenti potrebbe risultare veramente complicata.

D: La bambina protagonista immagina di ritrovare in un gatto spelacchiato e randagio il supporto e l’appoggio che in casa le mancano. È una via d’uscita cui molti bambini solitari ricorrono ed una splendida scelta narrativa: come nascono le Sue storie?
R: Mi interessano i bambini solitari ed emarginati perché ciò riflette il mio carattere da bambina solitaria. Anch’io parlavo con gli animali. E del resto non so esattamente neanche io come nascono le mie storie. È un dono oppure l’intuizione di cui parlavo prima: all’improvviso trovo nella mia testa una frase e mi accorgo che era sempre stata lì: “Nella nostra strada c’era un gatto, un vecchio gatto bianco.” È la prima frase, il filo rosso, che guida e determina tutta la storia.
Sono convinta che un autore non possa interpretare le sue storie, ma le storie buone permettono infinite interpretazioni.

D: Sta lavorando ad un nuovo progetto?
R: Non parlo mai dei miei progetti, perché una storia che è stata raccontata troppe volte non può essere più scritta.

31zx-gz1wllTitolo: Il gatto venerdì
Autore: Jutta Richter
Illustratore: Susanne Berner Rotrau
Dati: 2006, 50 pp., ill., € 8,90

Trovate tutti i libri di Jutta tra gli scaffali del Giardino Incartato, libreria per ragazzi in via del Pigneto 303/c, Roma. Oppure, se non siete a Roma potete trovarci scriverci (ilgiardinoincartato@gmail.com) e chiederci di spedire a casa vostra, lo faremo con molto piacere ricorrendo a Libri da asporto.

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